sabato 2 febbraio 2008

Io (non) sono leggenda

Il soggetto già non era granchè avvincente: un virus uccide tutti e Will Smith resta l'ultimo uomo sulla terra, guarda un pò proprio a Manhattan. Tanto valeva allora sfruttare per bene l'immagine apocalittica di una New York abbandonata, le cui atmosfere avrebbero potuto trascinare, da sole, l'intero film. Occasione perduta, a differenza, per esempio, del "collega" The day after tomorrow. E meno male che il regista costruisce la pellicola su due piani temporali, quello pre catastrofe e quello post. Sfortunatamente quello pre-catastrofe è nettamente più avvincente di quello post, in cui la lotta tra l'uomo e il virus malefico ti fa venire voglia solo di avere un joypad in mano e di sparare tu. Dice, però Will Smith è bravo. E questo non si discute, ma neanche si discute il fatto che perda malamente il confronto con il co-protagonista, il pastore tedesco Samantha. Buffa, infine, la scelta di dedicare 5 minuti del film all'elogio di Bob Marley, che col suo reggae che illumina il buio sarebbe il precursore non già della libertà ma della lotta ai vampiri. Lui sì che era leggenda.

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