Ecco come si presenta la nota dei miei consumi Fastweb di questo mese. Chiamate locali, nazionali, internazionali, videocomunicazioni e numerazioni speciali, tutto fermo a zero euro, come ogni mese, grazie alla tariffa flat. Qualche problema con i cellulari nazionali: 838,87 euro. Eccesso di chiamate? Macchè, un errore di Fastweb. E il brutto non è la necessità di una nota di credito riparativa dell'azienda nè il tempo che ci impiegheranno ad erogarla. Il brutto è essere rimasti per quattro giorni complessivi senza telefono nè internet (Fastweb aveva bloccato tutto dopo aver rilevato un aumento anomalo dei consumi). Il brutto è essere rimasti per quattro giorni all'oscuro di qualsiasi ipotesi di causa. Il brutto è essere rimasti per quattro giorni aggrappati a telefono tra lunghe attese, menu computerizzati che cambiano di chiamata in chiamata, linee che cadono e operatori non solo all'oscuro di qualsiasi nozione per poter fare il proprio mestiere, ma anche privi di qualsiasi tipo di elasticità in grado di farteli differenziare da un nastro registrato. Operatori, perdipiù, scostumati. Fastweb, insomma, si è rivelata un'azienda che non cura il rapporto coi suoi clienti che pure pagano profumatamente. Un'azienda scostumata. Un'azienda che evidentemente può permettersi questo lusso, perchè se c'è gente come me che, dopo accrediti fasulli di 838,87 euro, interruzioni prolungate di servizio e assistenza inesistente e maleducata, non rescinde il contratto perchè "poi come faccio senza e-mule e la super-velocità", beh allora dov'è l'errore dell'azienda? Ben mi sta.
mercoledì 30 gennaio 2008
lunedì 28 gennaio 2008
i now walk into the wild

(attenzione, si rivela in parte la trama del film)
Probabilmente Sean Penn neanche lo sapeva. Non sapeva che con Into the wild stava mettendo in scena l'Etica di Spinoza molto più di Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Probabilmente lo sapeva Christopher McCandless, il neo-laureato la cui storia ha ispirato il romanzo. Sapeva che la sua non era che la ricerca della ultimate freedom, della felicità che "dio ha messo ovunque". E quindi dell'amore intellettuale di Dio. Into the wild si divide in cinque capitoli, proprio come l'Etica spinoziana. Che parte dalla dimostrazione dell'esistenza di Dio per arrivare ad abbracciarlo. Nel film il percorso inizia con la distruzione delle carte di credito e con il falò dei dollari residui. Inizia con una corsa verso il Nord, l'Alaska, la cui purezza le conferisce i caratteri della divinità. Una corsa che come nella bibbia di Spinoza intercetta la natura, gli affetti, la libertà umana. Il viaggio viene scandito dai simboli incontrati lungo il percorso, che il protagonista incide sul cuoio della sua cintura. Ma mentre i simboli aumentano, nell'altro senso aumentano anche i fori per tenere in piedi i pantaloni. Più si va al Nord, più si riduce la necessità di un giro vita. McCandless se ne accorge troppo tardi. Quando capisce che happines only real when shared è già stato divorato dal veleno di una pianta. Ma il ricongiungimento con Dio è compiuto.
Probabilmente Sean Penn neanche lo sapeva. Non sapeva che con Into the wild stava mettendo in scena l'Etica di Spinoza molto più di Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Probabilmente lo sapeva Christopher McCandless, il neo-laureato la cui storia ha ispirato il romanzo. Sapeva che la sua non era che la ricerca della ultimate freedom, della felicità che "dio ha messo ovunque". E quindi dell'amore intellettuale di Dio. Into the wild si divide in cinque capitoli, proprio come l'Etica spinoziana. Che parte dalla dimostrazione dell'esistenza di Dio per arrivare ad abbracciarlo. Nel film il percorso inizia con la distruzione delle carte di credito e con il falò dei dollari residui. Inizia con una corsa verso il Nord, l'Alaska, la cui purezza le conferisce i caratteri della divinità. Una corsa che come nella bibbia di Spinoza intercetta la natura, gli affetti, la libertà umana. Il viaggio viene scandito dai simboli incontrati lungo il percorso, che il protagonista incide sul cuoio della sua cintura. Ma mentre i simboli aumentano, nell'altro senso aumentano anche i fori per tenere in piedi i pantaloni. Più si va al Nord, più si riduce la necessità di un giro vita. McCandless se ne accorge troppo tardi. Quando capisce che happines only real when shared è già stato divorato dal veleno di una pianta. Ma il ricongiungimento con Dio è compiuto.
Il viaggio pensato da Sean Penn si pone a metà strada tra i paesaggi canadesi de La rabbia giovane di Terrence Malick (con cui ha lavorato ne La sottile linea rossa) e quelli rarefatti di Dead man di Jim Jarmush. Emile Hirsch e Kristen Stewart sembrano proprio i Martin Sheen e Sissey Spacek di 35 anni fa. E anche la colonna sonora di Eddie Vedder e Kaki King è più vicina alle atmosfere malickiane rispetto all'allucinata chitarra di Neil Young che scandisce il lento avvicinarsi alla morte di Johnny Depp-William Blake. Into the wild differisce da entrambi i film per la premessa: non è un omicidio a dare il via alla ricerca della libertà, ma una scelta. La scelta di "staccarsi dal reale". Quasi ironicamente Vedder canta Society hope you're not lonely without me, mentre il protagonista, che per il viaggio aveva deciso di chiamarsi Alexander Supertramp, impara finalmente, grazie all'Alaska, grazie a Dio, a "chiamare le cose con il proprio nome". A cominciare dal suo: Christopher McCandless.
domenica 27 gennaio 2008
sabato 26 gennaio 2008
dicotomie
Eccolo qua il settimanale da cui è partita la corsa all'editoria del filosofo-imprenditore Alberto Rigotti, che poco dopo avrebbe rilevato dalla cenere l'iperindebitata Epolis. Un settimanale economico che non sfugge alla legge delle dicotomie tanto care al finanziere di Trento. Basta guardare cosa c'è scritto nell'occhiello della testata:
Pubblico e privato, globale e locale. Una nenia per chi ha ascoltato il programma di risanamento di Epolis. Ma la sfida di un quotidiano popolare può essere la stessa di un quotidiano di economia? E soprattutto: è quella delle dicotomie la sfida decisiva dell'editoria del futuro? Ai posteri la sentenza. Qualcuno intanto si è guardato bene dal rischio della dicotomia "tutto e niente" e si è dimesso. Ma, ironia della sorte, è proprio l'ultimo numero del settimanale di Rigotti che mette in guardia dalle conseguenze psicologiche di questo gesto:
venerdì 25 gennaio 2008
stagioni
Governo, Romano Prodi dà l'addio: "Non sono un uomo per tutte le stagioni" (24/1/08)
Epolis, l'editoriale di addio di Gianni Cipriani: "Posso solo dire che non mi considero una persona adatta a tutte le stagioni, nè appartengo alla categoria di coloro i quali, pur di mantenere una poltrona, sono capaci di qualsiasi capriola e compromesso con la propria identità". (29/12/07)giovedì 24 gennaio 2008
hotel corallo
Lascio oggi l'hotel Corallo, che mi ha ospitato per due giorni con tutto ciò che un uomo desidera: stanza grande e accogliente, asciugamani riscaldate, ampia finestra su Milano, tv con decoder Sky e centinaia di canali, hot spot wi-fi per internet e colazioni notevoli. Ah, e mugolii continui di donna provenienti dalle stanze contigue.lunedì 21 gennaio 2008
la livella ai tempi della monnezza
Questa lettera è arrivata oggi al mio giornale, ed è esemplare. La signora Mariarosaria rilegge la Livella di Totò in chiave attuale e lo fa sacrificando la forma al contenuto di un popolo la cui saggezza può solo fare appello al mondo dei morti.
sono una donna di 43 anni e mi chiamo Mariarosaria abito a napoli.....non voglio essere pubblicato questo articolo ma solo farvi leggere quello ke io penso di questa società...se non volete rispondere non fa niente capirò.....grazie
Non c'è lo con il mondo intero ma è un ingiustizia vedere ke le persone sono menefrechiste davanti a tutto questo, se potessero veramente guardare in faccia la realtà vedrebbero ke anke loro non sono migliori degli altri...Si rifugiano in uno stile di vita per loro più importante del popolo, ma, non capiscono ke reagendo così sono prima loro spazzatura e poi noi poveri del popolo ke siamo costretti a seguirli nei loro giochetti di legge. Si giochetti, perkè ogni legge ke loro approvano è un gioco ke ci gira intorno ma non la mettono mai in pratica.....E poi specialmente qui al Sud ci trattano veramente com spazzatura, siamo arrivati al punto ke c'è l'ha buttano in faccia. Ma in ke mondo vivivamo non lo sanno ke un giorno quando verrà la loro e la nostra fine andremo tutti in quel mondo fatto d'inferno mortale, lì si ke la respireremo come si deve l'odore dell'immondizia....Lucifero non farà differenza di ceto oppure differenza di ki era nobile e povero, lì davvero saremo tutti uguali e respireremo tutti la stessa monnezza.....
un eroe in fila
Sono le 14.30 di domenica 20 gennaio, e all'esterno del San Paolo c'è una gran fila per entrare. Partita Napoli-Lazio, settore Distinti. Davanti a me c'è un signore sui 45 anni, ben vestito, che legge Il Mattino. Dietro di me una coda ancora lunghissima. Di fianco, all'improvviso, sbucano sette o otto persone, con due ragazzini a carico. Sono volti che avrebbero fatto la gioia del Lombroso, scavati, vissuti, minacciosi. Volti di persone che non devono fare la fila. Arrivano in gruppo senza troppi scrupoli, ma il signore davanti a me alza gli occhi dal giornale e dice: “C'è la fila”, indicandola col dito. La prima risposta è: “Fatt 'e cazz tuoje”. Ma il signore ripete: “C'è la fila, bisogna fare la fila”. Stessa risposta, ma stavolta condita da un minaccioso “Ma che bbai truvann” e dallo sguardo di sfida di tutto il gruppo. Il signore ripete per la terza volta che c'è la fila, impassibile. E' a questo punto che arriva la risposta giusta: “T'e a sta zitt, chest è Napule, 'a città arò tutt quant fann chell che bbonn e nisciun t' romp 'o cazz, è 'a città cchiù bell' ro munn”. Il signore, per nulla incurante del pericolo, gli mostra la pagina de Il Mattino che stava guardando. C'è un enorme fotone che a stento riesce a contenere i cumuli di immondizia. “Ecco – dice rivolgendosi ai ceffi – ecco cos'è Napoli, la città dove tutti fanno quello che vogliono e nessuno dice niente”. Scacco matto. Una vittoria così palese da insinuare un fugace dubbio anche in quel gruppetto così deprimente di maledetti guappi.
giovedì 17 gennaio 2008
prossima fermata discarica
Se tagli il Napoletano e il Casertano con un lento treno regionale per Roma ti puoi dire testimone di una catastrofe. Puoi guardare l'implosione di un territorio, che non smaltisce più ciò che produce, straborda di metalli, plastica, gas che fuoriescono dalla terra come la polvere dal tappeto. Casoria, Villa Literno, Aversa, San Cipriano. E' come se ci fosse una guerra in corso. Ogni strada isolata, ogni sottopasso di un ponte, ogni zona d'erba, campo di calcio, coltivazione è buona per ammassare i rifiuti che non hanno più dove andare. Spesso invadono i binari, o fuoriescono dai teloni infangati a due passi da un cimitero, come fossero morti viventi. E spesso circondano i pascoli. Il 90% dell'esposizione umana alla diossina avviene attraverso gli alimenti (in particolare dal grasso di animali a loro volta esposti a diossina) e non direttamente per via aerea: il fenomeno del bioaccumulo fa sì che la diossina risalga la catena alimentare umana concentrandosi sempre più, a partire dai vegetali, passando agli animali erbivori, ai carnivori ed infine all'uomo. Un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità denuncia un aumento di casi di tumore alle parti molli (fegato, pancreas, polmoni), di linfomi, sarcomi, malformazioni congenite fino all'84% in più della media. E un'impennata dei tassi di mortalità. Chiunque viva in Campania lo ha sperimentato sulla pelle sua o dei suoi cari. La procura della Repubblica di Napoli ha aperto un'altra inchiesta. Questa volta l’ipotesi è epidemia colposa. Un'epidemia cui forse solo il tempo darà ascolto. Quando le cifre della catastrofe di fine secondo millennio in Campania, ora così sfuggenti, saranno drammaticamente chiare.voce grossa
Il mio esame da professionista inizia intorno alle 14 del 16 gennaio 2008, via del teatro marcello roma. L'oroscopo di Leggo recita: "Oggi hai un obiettivo molto importante: l'unico modo per centrarlo è fare la voce grossa". Le stanze dell'Ordine romano sono pervase di flussi d'ansia e di vuoti di memoria. Sono l'ultimo. Mi chiamano, mi siedo. Parlo della mia tesina, La leggenda del pensionato che ruba. All'inizio prestano attenzione in due. Io dò fiducia a Leggo ed alzo la voce. Pian piano ho l'attenzione di tutti. Mi interrompono. Una donna mi dice che non può essere così. Che non può essere che un giornalista subisca un procedimento da parte dell'Ordine regionale cui appartiene. Io sono poco disposto a lasciar correre, penso a Leggo e le spiego come funziona: il giornalista ha solo il diritto di ricusare i componenti del suo Ordine, ma in questo caso neanche l'aveva fatto ed era stato regolarmente ascoltato 30 giorni dopo la notifica del procedimento. Un'altra donna mi chiede cos'è il comitato di bioetica. Poi mi chiedono delle fonti. Io sostengo che qualsiasi fonte da sola non garantisce la verità e merita riscontro. Uno dei commissari si inalbera, invitandomi a pensare al caso in cui fosse il presidente della Repubblica a darmi la notizia. Gli altri commissari concordano. Ma io ripenso a Leggo. E dico che se nel 1973 mi fossi fidato di Richard Nixon sull'inesistenza di una campagna anti-democratica non sarei stato un buon giornalista. E' la seconda volta che metto a tacere un commissario. Mi viene chiesto se è perseguibile il giornalista che riceve atti da pubblico ufficiale. E della corte di Cassazione. Poi interviene Ferruccio Gard, voce storica di Novantesimo Minuto, e mi chiede perchè si dica "Caporetto" e chi è un "certosino". Gli dico chi erano i certosini, ma lui vagheggia di un santo certosino. Non mi pareva il caso di deluderlo e stavolta lascio correre. Poi parlo di Caporetto, e i commissari hanno un sussulto finale. Quando indico anche la data il presidente grida "standing ovation". In testa mia concordo appieno. Piovono pacche sulle spalle.
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